Altri occhi – stessa B.Aires 2

… segue da Altri occhi stessa B.Aires 1

Anno 2009

La stessa B.Aires, lo stesso posto, visto dagli occhi disincantati delle esperienze vissute che gli hanno fatto preferire la diffidenza della ragione all’ingenuità del cuore. A ognuno i suoi occhi perché la verità non ha mai una sola faccia…

Apro gli occhi, lo sguardo alla finestra.
Cerco di indovinare che tempo farà stamattina.
Inutile: nonostante l’appartamento sia al settimo piano, tra questi palazzi non si vede mai il sole.

Pur essendo una splendida giornata di primavera, sembra una grigia e piovigginosa giornata d’autunno.

Apro per cambiare aria alla stanza, il frastuono delle auto che avanzano a singhiozzo tra i semafori della Corrientes si fa ancora più prepotente e un aspro odore di muffa e smog solletica le mie narici e mi spinge a desistere.

“Baires” vezzeggiativo di Buenos Aires: “buona aria”… certamente quando i nostri nonni approdarono qui tutto era diverso.

Stamani shopping calzaturiero: non puoi andare a Baires e tornare senza almeno un paio di scarpe da tango!

Decido di raggiungere a piedi il negozio: un taxi mi scarrozzerebbe per ore tra un semaforo e l’altro per fare una dozzina di quadre e costandomi più delle scarpe. Arenales… ecco: 1239 ci siamo.

Ma più che un negozio con vetrina, come quelli che siamo abituati a vedere è un semplice appartamento al primo piano di un palazzo…

Dev’essere per non pagare le tasse della vetrina e vendere in nero” penso “Meglio così: i prezzi saranno più convenienti…”

Salgo la stretta scala e una commessa vestita di nero mi fa entrare.

Tutte sono vestite di nero. Penso, con occhi da europea, che è molto triste vedere ancora commesse in divisa.

Sul divanetto di fronte c’è una donna opulenta di colore con un bimbo che le saltella intorno creando confusione.

Anche lei sta cercando un sandalo sfizioso, ma non sembra per ballare.

Noto che ha a terra una pila di scarpe, tra le quali ce ne sarebbero alcune che mi interessano e che vorrei provare, mentre un’altra commessa continua a portale altre scatole con modelli sempre diversi.

Intanto la prima commessa mi chiede che tipo di scarpe mi interessano.

“scarpe da tango, 38, tacco da 70 a 90, plantillas imbottite e colori come quelli” e indico la marea di scarpe che giacciono a terra.

Si sente uno strano “effluvio”, vagamente somigliante a quello del formaggio stagionato, salire dalla moquette: proprio lì a terra ci sono le scarpe da ginnastica della donna opulenta e da un’occhiata veloce noto che è scalza mentre si infila una scarpa dopo l’altra, ma la commessa pare non farci caso mentre le lascia provare tutti i sandali tranquillamente. Penso: “si userà così …d’altra parte il concetto di igiene, da queste parti, discosta molto dal nostro”.

Arriva la mia commessa con 3 scatole di scarpe banali e completamente diverse da quelle che avevo descritto.

È primavera inoltrata e anch’io sono scalza.

Dà uno sguardo ai miei piedi e mi porge una calza gambaletto rotta e sgualcita ad indicare chiaramente che devo metterla per provare le scarpe.

Come la maggior parte delle tanguere, anch’io ballo con il piede scalzo nel sandalo: mi dà una sensazione di maggior contatto al “pizo” e migliore stabilità, come se la suola fosse incollata al mio piede,  mentre il nylon della calza, mi fa scivolare il piede e rende il mio ballo meno elastico.

Con un senso di fastidio per la disparità di trattamento, metto il gambaletto e comincio a provare le scarpe.

Nessuna delle tre mi calza bene, anzi sembra che siano avanzi di magazzino.
La scarsa conoscenza della lingua non mi aiuta a capire perché quella commessa non mi vuole fare provare qualcuno dei modelli che già stanno lì a terra e alla mia richiesta si limita a scuotere la testa.

” ci sono altri modelli?” va nell’altra stanza e ritorna dopo un quarto d’ora con altre due scatole con le stesse “povere scarpe” , e mentre la donna sull’altro divanetto continua ad infilare il suo piede sporco in decine di sandali, ridendo e chiacchierando familiarmente con la sua commessa, la mia, alla mia domanda “ci sono altri modelli come quelli?” mi risponde seccamente “no” e se ne va nell’altra stanza, lasciandomi lì in piedi senza sapere se rimettermi le mie scarpe da tennis e andarmene o aspettarla ancora.

Un modello in vetrina attira il mio sguardo.

Aspetto pazientemente che qualcuna delle commesse si degni di darmi ascolto, perché mi secca andarmene a mani vuote perdendo l’occasione di un paio di sandali di “Comme il faut” a prezzi stracciati rispetto ai rivenditori italiani: non c’è tanguera che non ne parli con occhi sognanti… ma nessuna delle divise nere pare avere fretta di servire una cliente straniera e pure determinata ad acquistare almeno un articolo.

“Quanto costa?” chiedo finalmente alla prima che incrocia il suo sguardo col mio.

“480 pesos” è la risposta laconica.

Faccio un rapido calcolo della valuta: circa 120 euro e senza scontrino fiscale!

Senza più nascondere il mio disappunto raccolgo la mia borsa, e con piena soddisfazione del mio orgoglio ferito lancio alle cornacchie un’occhiata sprezzante e un “vaffa’n…” fra i denti sbattendo la porta dietro di me.

Con centinaia di negozi di scarpe disseminati su un fazzoletto da un chilometro quadrato, non c’è bisogno di perdere altro tempo qui, neppure se la baracca si chiama “Comme il faut” !

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2018-06-19T23:54:12+00:00 2 Giugno 2018|

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