Stavisky il genio della bancarotta

La Terza Repubblica è marcia.
Il caso Stavisky le ha tolto l’ ultima maschera.

L’ assedio al Parlamento è minaccioso.
L’ esercito spara: 15 morti e 500 feriti.
La sommossa viene soffocata.
Ma il governo del radicale Daladier, in carica da poco più di una settimana, è costretto alle dimissioni.
Resta nell’ aria l’ irridente grido «Stavisky al Panthéon».

Il Panthéon di Alexander Sacha Stavisky, alias Doisy de Monte, alias Victor Boitel, alias Serge Alexandre, è la terra del cimitero di Chamonix dove lo hanno sepolto in tutta fretta dopo che, il 9 gennaio del ‘ 34, si è suicidato con un colpo di pistola, o «l’ hanno suicidato» per evitare che mettesse in piazza anni e anni di collusioni con il potere.

Esule dalla natia Ucraina, Stavisky approda a Parigi all’ alba del Novecento.
Ha quattordici anni. La sua famiglia ha lasciato Sobod ka per sfuggire alle persecuzioni antisemite.
Il padre, Emanuel, apre uno studio dentistico e consiglia «meglio non farsi notare».

Consiglio vano per Sacha che, istigato da un nonno voglioso di lusso, ruba le protesi d’ oro per rivenderle e, appena uscito dalla pubertà, diventa un professionale gigolò.
Potrebbe continuare questo piccolo cabotaggio da furfante. Ma non si accontenta.

Il nonno ha studiato un raggiro e Sacha gli fa da spalla.
Pubblicano un’ inserzione che annuncia la riapertura estiva delle «Folies Marigny» e propone assunzioni dietro il versamento di una minima cauzione.
Ci cascano in molti. Nonno e nipote se la battono con un gruzzolo di 12 mila franchi.
Donne, champagne, dolce vita. Ma per poco.
Il vecchio muore di felicità. Sacha finisce in galera.
Ne esce presto.

Si è scelto non un grande avvocato, ma un penalista che ha soprattutto buone parentele: Albert Clemenceau, fratello del leader radicale e futuro «padre della vittoria» nella guerra ‘ 15-‘ 18.
Il giovanotto ha già intuito il peso di certe relazioni con il Palazzo.

Sino allo scoppio della guerra, sopravvive di espedienti.
Quando il maresciallo Foch telegrafa dalla Marna: «La mia sinistra è sfondata, la mia destra cede…», Stavisky compie il suo salto di qualità.
Non ha un franco in tasca, ma apre una banca d’ affari.

I tedeschi sono alle porte di Parigi e nessuno ha il tempo di domandarsi chi sia quel banchiere venuto dal nulla.
Così, mentre la Francia si dissangua sui campi di battaglia, Sacha «ingrassa» anche per merito del governo italiano che affida alla neonata banca mezzo milione di franchi per l’ acquisto di ventimila inesistenti bombe.
Non lo incastrano per questo, ma per avere denudato anche di ogni suo avere la sciantosa Jeanne Bloch .
Il 9 febbraio 1921, Jeanne è vendicata.
Stavisky finisce al fresco.

Torna alla vita e al raggiro nel 1924, un anno non da poco nella storia di Parigi che ospita le Olimpiadi, scopre il lucido ventre nero di Josephine Baker e legge il primo manifesto surrealista di André Breton.
Da allora, Sacha punta in alto, si lancia in tripli salti mortali della truffa.
Corruzione e ricatti stendono sotto l’ «acrobata» una fitta rete di protezione.
Sarebbe sicura al cento per cento, se al Quai des Orfèvres, quartiere generale della polizia parigina, non ci fosse un incorruttibile, il commissario Panchot.
È un isolato ma testardo segugio.

Nel ‘ 26, mentre i radicali cedono il passo al «nonno» Raymond Poincaré perché cerchi di risanare le barcollanti finanze del Paese, Stavisky risana il proprio portafoglio falsificando e producendo in serie titoli e Buoni del Tesoro.
Quando Panchot lo inchioda, ha già truffato due istituti bancari e due agenti di cambio per dieci milioni di franchi, e sono franchi oro.

È il carcere, ma qualcuno gli facilita l’ evasione.
Panchot riprende la caccia, torchia anche il padre di Stavisky che, per la vergogna, si uccide.

Sacha è in Costa Azzurra con Arlette Simon, mattatrice fra le indossatrici di Chanel e di Patou: l’ ama ed è riamato.

La tenacia di Panchot dovrebbe consigliargli di starsene nascosto.
Ma il suo lavoro lo obbliga alla passerella mondana perché deve agganciare i potenti.
È su una di queste passerelle che, il 20 luglio del ‘ 26, lo sorprende Panchot.
Sembra la fine. Ma dieci milioni in gioielli oliano gli ingranaggi dell’ ingiustizia.

D’ improvviso, il recluso Sacha soffre d’ appendicite e l’ appendicite si trasforma in cancro.
Come possono negargli la libertà provvisoria se il brutto male si incaricherà di rendergli provvisoria la vita?
Senza la prova di un esame medico, qualcuno dispone che il «moribondo» sia scarcerato.
Qualcun altro mette definitivamente a dormire l’ istruttoria.

Stavisky accelera l’ esistenza e le malefatte.
Sposa Arlette che gli ha già dato un figlio.
Il clima economico è propizio agli affari, puliti o sporchi che siano.

Stavisky si finge impresario edile (un consigliere comunale di Parigi gli appalta un intero quartiere), mercante di pietre preziose (ha un’ azienda specializzata nel falsificarle), produttore del «Matrjscope», strumento che dovrebbe garantire l’ interruzione delle gravidanze.
Apre e chiude società, per coprire, con i finanziamenti dell’ una, i buchi dell’ altra.
Una girandola di truffe mimetizzata da austeri consigli d’ amministrazione: generali a riposo, qualche Legion d’ onore, qualche magistrato in pensione.

Ormai, è pronto al gran colpo. Lo mette a punto nell’ estate del ‘ 29.

Ha scoperto che i Crédit Municipal, i Monti di Pietà francesi, non solo prestano denaro su pegno ma sono autorizzati a emettere Buoni di cassa negoziabili.

Comincia dal Crédit Municipal di Orleans. Deposita 96 smeraldi. Ottiene un prestito di 29 milioni. Gli smeraldi sono ovviamente fondi di bottiglia.
Scatta, a questo punto, la seconda truffa. Stavisky falsifica i Buoni di cassa, ne gonfia il valore, li fa scontare dalle sue numerose società e intasca la differenza.

Dopo Orléans, punta su Bayonne. La cittadina non ha un Crédit.
Stavisky chiede la licenza di aprirne uno e subito, il 27 gennaio 1931, la ottiene, distribuendo tangenti.
Per due anni, monsieur Alexandre (così si fa chiamare Stavisky) si rimpingua di denaro e non disdegna qualche altro imbroglio, come, per un milione di sterline, la vendita di un’ inesistente partita d’ armi a un nobile spagnolo che è ossessionato dal pericolo comunista.

All’ inizio del 1933, la macchina comincia a «grippare».
Lo scoperto di cassa del Crédit de Bayonne è di 500 milioni di franchi. Stavisky ha moltiplicato i Buoni senza il benché minimo deposito di pegni.
Per tappare la falla tenta la più grande truffa della storia.

La Società delle Nazioni sta per appaltare l’ amministrazione di un gigantesco fondo finanziario creato per indennizzare i proprietari terrieri ungheresi, espropriati dalle correzioni di confine del trattato di pace. Si tratta di Buoni agrari a lunga scadenza.

Stavisky si candida come regista del fondo. Non la spunta, ma qualcosa combina.
Propone a chi deve essere indennizzato di riscattare immediatamente il diritto ai Buoni per un ventesimo del loro valore nominale.
Il che gli frutta 600 milioni di franchi in Buoni.
Ma ormai non bastano ad arginare la frana.
Qualcuno, molto in alto, parla.

Dall’ oggi al domani, Stavisky si trova totalmente isolato. È perduto. Ma tenta un geniale colpo di coda.
Falsificatore di assegni, gioielli, Buoni del Tesoro, Buoni di cassa dei Crédits, cerca di falsificare anche la morte.

È l’ antivigilia di Natale del 1933. Un treno si scontra con un rapido alla periferia di Parigi: 210 cadaveri.
Un’ ottima occasione per sparire.
Compra un commissario di polizia, gli consegna la propria carta d’ identità perché la infili nella tasca di una vittima sfigurata.
Il lavoretto è compiuto. Ma l’ incallito truffatore cede ai sentimenti.
Prima di eclissarsi, vuole riabbracciare Arlette e i figli Claude e Micheline che, in un appartamento dell’ Hôtel Claridge di Parigi, piangono la sua morte.
Lo riconosce una cameriera.

Non rimane che la fuga.
Prima Digione; poi, Chamonix in uno chalet dell’ ex sindaco.
La polizia va alla cieca. Ma l’ avvocato Bonnaure, un suo fedelissimo, lo tradisce.
L’ 8 gennaio 1934, gli agenti del commissario Charpentier accerchiano l’ ultimo rifugio di Sacha.

Basterebbe sfondare la porta. Il commissario tergiversa.
Fa in modo di rimanere solo davanti a quell’ uscio. Echeggia un colpo di pistola.
Charpentier non ordina di abbattere la porta. Prende tempo.
Cerca una scala, spacca il vetro della finestra e finalmente entra. Stavisky è al suolo.
Un grumo di sangue gli si rapprende sulla tempia, ma respira ancora.

Viene chiamata un’ ambulanza. Ci mette due ore ad arrivare.
All’ ospedale di Chamonix, Stavisky muore senza avere ripreso conoscenza e, quel che è più importante, senza aver parlato.
In ventiquattro ore l’ inchiesta è chiusa: suicidio.

Ma s’ infittiscono i sospetti, alimentati anche dalla strana traiettoria del proiettile. Il Palazzo trema.
L’ opinione pubblica è convinta che Stavisky sia stato soppresso o indotto al suicidio.

Un funzionario del ministero dell’ Agricoltura si taglia la gola.

Il 27 gennaio 1934, il governo Chautemps è costretto a dimettersi.
Cede il passo al radicale Daladier che non ha neppure il tempo di aprire una pratica: dopo una settimana, la sera del 6 febbraio 1934 trentamila manifestanti premono alle porte del Palais Bourbon, sede dell’ Assemblea francese.

Quella folla ha risposto all’ appello dell’ estrema destra: l’ Action Française degli ideologhi – gli scrittori Charles Maurras e Leon Daudet, gli ex combattenti della Croix de Feu, i Camelots du Roi, le formazioni d’ assalto dei Volontaires Nationaux e i bonapartisti della Solidarité Française, fondata da Coty, il re dei profumi.

La Terza Repubblica è marcia. Il caso Stavisky le ha tolto l’ ultima maschera. L’ assedio al Parlamento è minaccioso.
L’ esercito spara: 15 morti e 500 feriti. La sommossa viene soffocata.
Ma l’assalto al Parlamento, i morti e quel grido «Stavisky al Panthéon» inducono Daladier ad andarsene.

Qualche giorno dopo, viene trovato sulle rotaie poco fuori della stazione di Digione un corpo maciullato…
È quello del magistrato Prince che si era occupato del fascicolo Stavisky.

Su questa storia è stato prodotto anche un film presentato nel 1974 al Festival di Cannes :

“Stavisky il grande truffatore” diretto da Alain Resnais e magistralmente interpretato da J.P.Belmondo.

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2018-06-19T23:05:12+00:00 19 Giugno 2018|

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